| Vino,
dieta e salute
A cura de
Il Pensiero Scientifico Editore
Ultimo aggiornamento: 19/01/2006
12.46.06
Alziamo i calici?
Qual è il ruolo del vino nell'alimentazione?
Qual è l'apporto energetico del vino?
Può essere considerato un nutriente?
In che misura è consigliato bere?
Quando è necessario farne a meno?
Quando invece è consigliato bere vino?
Il vino: un problema di dosi?
Alziamo i calici?
Il sodalizio tra l'uomo e il vino
è così antico che ipotesi, pregiudizi, studi biochimici, clinici
o psico-sociologici di ogni sorta si sono intrecciati e
contraddetti sull’argomento, tanto da formare un magma di
interpretazione tuttora complessa.
Una sintesi obiettiva sul ruolo
del vino nell'alimentazione, ovvero sui limiti di assoluta
sicurezza e perfino di un possibile vantaggio del suo utilizzo,
è difficile: la controversia, non del tutto risolta, è insita
nel dilemma che riguarda il principale costituente delle bevande
alcoliche, cioè l'etanolo, e le sue molteplici sfaccettature
funzionali. L’etanolo è un fornitore di calorie, ma anche un
potenziale tossico in un iter patologico che può sfociare nella
dipendenza alcolica e nel degrado dei grandi bevitori.
Soltanto dopo questa premessa sul
potenziale tossico della quota alcolica dei vini, si potrà
accennare anche ai possibili risvolti positivi, secondariamente
al concetto di dose, di gradualità e di modalità di assunzione,
con le dovute proibizioni e limitazioni, per fasce di età, per
sesso e per situazioni fisiologiche (gravidanza, allattamento),
fermo restando che il vino va escluso almeno nelle patologie del
fegato.
Tuttavia, non è corretto
assimilare il problema dei superalcolici con quello delle
bevande a bassa gradazione alcolica, unificando il tutto nel
contenuto alcolico fino ad ignorare l’effetto antiossidante di
certi componenti minori e soprattutto la collocazione
gastronomica e socio-culturale del vino e della birra nella
storia dell'uomo.
Più di uno scienziato ha voluto
ribadire questa differenza al punto da creare il termine "vinismo"
in alternativa a quello di "alcolismo", proprio per
differenziare il diverso scenario e il diverso andamento delle
complicanze nell'abuso cronico del vino rispetto a quello dei
superalcolici ad alta gradazione alcolica.
Qual è
il ruolo del vino nell’alimentazione?
Il
vino è, indubbiamente, parte integrante della cultura alimentare
mediterranea, intesa come insieme di abitudini, inclinazioni,
patrimonio di conoscenze e di comportamenti. Non è soltanto un
completamento della dieta, ma è un simbolo complesso per cui il
medico, più del ricercatore, ha il dovere di "individualizzare"
i margini di consumo e magari di ridurli prima di arrivare ad un
veto che può avere risonanze e implicazioni complesse per
l'interessato, ben oltre il puro significato energetico o la
potenziale tossicità nei confronti del fegato.
Per un medico italiano o francese
è difficile immaginare che un prodotto così tipico della
gastronomia tradizionale, apparentemente legittimato da una
consuetudine alimentare ultramillenaria ed oggi sostenuto da un
raffinato meccanismo consumistico, possa far male, se non a
coloro che per ignoranza o per vizio ne abusano.
Nei paesi viticoli la
consuetudine al bere vino si è andata accentrando, ormai quasi
esclusivamente, ai pasti e pertanto è meno dannosa, anche quando
elevata, rispetto al sorpassato consumo da osteria o alla
modalità di consumo dei superalcolici. È evidente che i picchi
alcolemici risulteranno più modulati quando lo stomaco è
impegnato dagli alimenti e la stessa potenzialità metabolica del
fegato sembra avere un significativo incremento nei riguardi
dell'ossidazione alcolica durante il periodo della digestione.
Se accettiamo, quindi, per un
insieme di motivi sociali, psicologici, dietetici,
epidemiologici, che il vino può far parte, senza danno e perfino
con qualche vantaggio, dell'alimentazione umana, il momento
cruciale di tutta la questione è nella identificazione dei
parametri di sicurezza e quindi nella personalizzazione della
dose accettabile.
Qual è
l’apporto energetico del vino?
Incominciamo a precisare entro
quali limiti il vino può essere considerato un alimento,
partendo dal suo apporto energetico e dagli interrogativi che si
ricollegano alla utilizzazione delle calorie provenienti
dall'alcool.
Malgrado il vino sia un prodotto
complesso, ricco di numerosi composti minori (oltre 250),
l'apporto energetico di un buon vino secco coincide, in pratica,
con quello dell'etanolo e oscilla, per un normale vino da pasto,
attorno alle 700 kcal per litro.
Ai soli fini dell'equivalenza
energetica il dietologo potrebbe quindi paragonare un bicchiere
di vino a 30 g di pane o a 100 g di vitello magro! Tuttavia le
calorie dell’alcool non possono essere utilizzate direttamente
per il lavoro muscolare o per fini plastici, come accade per gli
altri nutrienti, ma contribuiscono al metabolismo di base con
una contropartita di risparmio rispetto al consumo dei
carboidrati, dei grassi e delle proteine.
Pur riconoscendo la realtà
metabolica dell'apporto energetico, si possono fare molte
riserve sul "rendimento" effettivo di questo particolare
carburante. La sensazione di calore che segue all'ingestione del
vino o maggiormente dei superalcolici esprime non tanto
l'immediata utilizzazione energetica dell'alcool quanto la sua
azione farmacologica di attivo vasodilatatore periferico.
È bene anche sfatare il mito,
assai caro alla gente di montagna, che l'alcool protegga dal
freddo, perché l’immediato senso di riscaldamento si traduce in
una sorta di breve fiammata con un’esagerata dispersione cutanea
di quel calore che sarebbe stato meglio conservare per gli
organi interni! In definitiva, l'alcool ha le caratteristiche di
un carburante di basso rendimento, sia perché può attivare vie
metaboliche di minor resa energetica, sia perché può alterare la
termoregolazione con dispersioni eccessive.
Può
essere considerato un nutriente?
Non è possibile difendere
validamente la causa del vino sottolineandone, quasi in
alternativa ai pericoli potenziali della componente alcolica, il
contenuto in vitamine, in oligoelementi o in ferro; questi e
moltissimi altri composti minori sono contenuti nel vino in
quantità minime, talvolta in tracce, che se rapportate ai limiti
entro cui deve essere consumato il vino hanno poco o nessun
significato nutrizionale.
Del resto la ricchezza di
nutrienti delle diete ipercaloriche abitualmente utilizzate
dalle popolazioni occidentali garantisce largamente anche
l'apporto di quei composti minori di cui dispone il vino.
I dati epidemiologici che, sin
dai tempi del "Seven Country Study" (ovvero lo studio che ha
promosso la dieta mediterranea), correlano il consumo del vino a
una minore incidenza dell'infarto miocardico rappresentano
ancora oggi una valida ipotesi di lavoro, per gli opportuni
approfondimenti, ma non un viatico farmacologico. Né sarebbe
corretto, in tema di divulgazione scientifica, ignorare allora
le segnalazioni di segno opposto, rispetto alla citata
protezione infartuale, riguardanti per esempio la
cardiotossicità dell'etanolo, responsabile di almeno il 50 per
cento dei casi di miocardiopatia dilatativa.
Questa immagine del vino o peggio
dei superalcolici che "fanno bene" a qualcosa, dall'anemia
all'incremento della frazione "buona" del colesterolo, non
dovrebbe rientrare nella corretta pubblicizzazione di questa
antica bevanda. Alla stessa maniera non è col terrorismo delle
cifre, più o meno attendibili, sulle correlazioni statistiche
tra consumo di alcool e pancreatiti o altra patologia digestiva,
tra cui segnatamente il cancro dell'esofago o la cirrosi
epatica, che si può scoraggiare l'abuso del vino.
Il vino, più e meglio di
qualsiasi altra bevanda alcolica, può essere accettato
razionalmente dalla moderna dietetica non per meriti
nutrizionali specifici, né per alcune presunte "virtù
salutistiche", ma semplicemente per i suoi pregi gastronomici,
per il contributo alla qualità e al piacere della vita, quando
le modalità del suo consumo garantiscano contemporaneamente
l'innocuità dei conseguenti livelli di alcool nel sangue.
Comunque il vino non è una
bevanda per dissetarsi, né deve tramutarsi in un simbolo
sociale: è soltanto un "nutriente" anomalo, da degustarsi ai
pasti per amplificare il valore gustativo del rito alimentare,
ma sempre con misura e accortezza.
In che
misura è consigliato bere?
L’esiguità
del margine che intercorre per alcuni soggetti (in particolare
donne e anziani) tra uso e abuso rende difficile formulare
indicazioni precise.
In linea di sicurezza non si deve
far riferimento ai valori massimi di teorica capacità di
metabolizzazione dell’alcool (circa 1 g/die per kg di peso) che
corrisponderebbero, per un vino di normale gradazione alcolica,
a circa 750 ml di bevanda per l'uomo adulto in buone condizioni
di salute (è noto che la donna ha fisiologicamente una minore
attitudine ad utilizzare l’alcool).
Molti studiosi concordano sulla
sostanziale innocuità di un quantitativo giornaliero di etanolo
di 0,60-0,75 g/kg peso, abbassando quindi il totale accettabile
di vino a circa mezzo litro per l'uomo, nel caso di un vino di
12 gradi alcolici. Anche per queste "dosi" giornaliere,
giustamente più prudenti ma probabilmente ancora troppo
permissive, vige la raccomandazione di ripartire il consumo del
vino nel corso dei pasti e con la contemporanea esclusione di
ogni altro apporto di alcolici (aperitivi, amari,
superalcolici).
Per gli adulti sani il consumo
giornaliero "accettabile" di vino potrebbe essere: fino a tre
bicchieri di vino per gli uomini e non più di due bicchieri per
le donne. Su questi livelli di consumo il dietologo non ha
motivi, obiettivamente validi, per negare ad un adulto sano il
complemento gustativo del bicchiere di vino.
Purtroppo, negli ultimi anni si è
data un’enfasi eccessiva ad alcuni dati sul favorevole effetto
antiossidante e vasoprotettore del vino, soprattutto rosso,
ricco di resveratrolo e di altri polifenoli potenzialmente utili
contro la formazione di radicali liberi. Però, non si debbono
precorrere i tempi che occorreranno per approfondire meglio
l’argomento o per ricavarne certezze tali da controbilanciare i
pericoli, da sempre noti, dell’abuso di alcool.
Quando
è necessario farne a meno?
Se
il "degustatore" di vino, nei limiti e nelle modalità già
indicati, può trarre piacere e quindi giovamento dal vino, senza
rischio per la sua salute, ben altro discorso va fatto per
alcuni portatori di patologie o in particolari situazioni
fisiologiche (per esempio l'accrescimento, la gravidanza o la
senilità avanzata).
L'abuso continuativo di alcool è
correlato con quasi tutta la patologia del tratto superiore
dell'apparato gastroenterico, ma va ripetuto ancora una volta -
perché questo è l'aspetto fondamentale del problema sanitario -
che è unicamente il dosaggio, nel contesto dell'individualità,
il vero responsabile del viraggio dalla prescrizione dietetica
alla controindicazione clinica.
Comunque, l'esclusione del vino
dalla dieta è un provvedimento precauzionale per tutte le
epatopatie (l'alcool una volta assorbito si distribuisce per
diffusione in tutti i tessuti ma è il fegato che smaltisce l'85
per cento dell'etanolo introdotto col vino, ponendosi quindi
anche in posizione di bersaglio) nonché nelle pancreatiti e
nelle esofagiti.
È prudente ridurre o sospendere
l'uso del vino anche nei pazienti che devono assumere dei
farmaci potenzialmente epatotossici, per esempio:
estroprogestinici, testosterone e anabolizzanti,
ipoglicemizzanti orali, psicofarmaci. Le gestanti devono sapere
che l'alcool oltrepassa la barriera placentare ipotecando,
quindi, dei seri problemi per il normale sviluppo del nascituro.
Un’occasione particolare di
estrema limitazione o di temporanea controindicazione al consumo
del vino è certamente quella della guida automobilistica, per i
noti effetti sfavorevoli sui riflessi e sulla valutazione del
pericolo. In linea generale possiamo dire che un paio di
bicchieri di vino, se bevuti a digiuno, possono già innalzare il
picco ematico di alcool portandolo in zona di allarme e di
contestazione al rilevamento che la polizia stradale potrebbe
richiedere con l’etilometro!
Quando
invece è consigliato bere vino?
Bere un po’ di vino può essere
utile nelle gastriti iposecretive e in genere nei soggetti
anoressici nei quali questa bevanda provoca una leggera
ipoglicemia con una favorevole sollecitazione sull'appetito. Un
pessimo uso del vino, segnalato purtroppo in più di un’inchiesta
alimentare, è quello di somministrarlo ai ragazzi ancora
impuberi. Infatti, fino alla pubertà esiste una rigida
controindicazione alla somministrazione di qualsiasi bevanda
alcolica ai ragazzi, vino e birra compresi.
Meno drastico, quindi più
complesso, è il discorso degli anziani per i quali, da un lato,
il vino può rappresentare un utile e talvolta irrinunciabile
complemento mentre, per altri aspetti, può contribuire ad
appannarne l'attenzione e a favorire il decadimento
intellettuale anche a dosaggi obiettivamente modesti. Soltanto
il medico curante può decidere, caso per caso, sui pro e i
contro dell'astensione e sull’effettiva capacità del paziente di
attenersi ai dosaggi minimi che il medico intendesse concedere
anche per motivazioni psicologiche di compromesso.
Il
vino: un problema di dosi?
Si può concludere che il vino -
con le relative "istruzioni per l’uso"! - può rientrare tra le
tessere che formano il complesso mosaico dell'alimentazione
umana, anche se la sua esclusione diventa perentoria in
particolari situazioni fisiologiche, per esempio il periodo
evolutivo, la gravidanza e l’allattamento, oppure com’è
intuitivo in molti stati di malattia.
Per superare i pareri personali,
su una questione così controversa eppure così coinvolgente (non
dimentichiamo che il vino e le bevande alcoliche fanno parte
della storia dell’umanità) è bene attenersi alla posizione
ufficiale assunta dalle società scientifiche che hanno
collaborato alla formulazione dei LARN (Livelli di Assunzione
Raccomandati di energia e Nutrienti), per la popolazione
italiana. Gli esperti della nutrizione, pur trincerandosi dietro
la dizione di "quantità ammissibile", hanno aperto degli
spiragli positivi, com’è sin troppo reclamizzato dai mass media,
sul moderato consumo di bevande a bassa gradazione alcolica.
Si tratta di una sorta di
"libertà vigilata" che scaturisce anche dalla revisione delle
"Linee Guida per una sana alimentazione italiana" (edite dall’INRAN
nel 2003), dove il concetto è sintetizzato nel titolo stesso
dell’apposita linea guida: "Bevande alcoliche: se sì, solo in
quantità controllata".
A cura di Eugenio Del Toma
Presidente Onorario dell’Associazione Italiana
di Dietetica e Nutrizione Clinica
A cura de
Il Pensiero Scientifico Editore
Ultimo aggiornamento: 19/01/2006
12.46.06
Testo e immagini: ©
Il Pensiero
Scientifico Editore
Illustrazioni di Daniela Violi
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