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La Vite è un arbusto rampicante d’origini antichissime. La sua coltivazione a scopi vinicoli risale ad epoche preistoriche, probabilmente ebbe inizio in regioni comprese fra l'Asia minore e il Mediterraneo; la coltivazione e lo sfruttamento della vite si sarebbe poi rapidamente diffuso in Siria, Grecia e Italia quindi nelle Gallie e nel resto d’Europa, oggi si coltiva anche in America, Africa, Nuova Zelanda e Australia. La tipologia di vite coltivata per la produzione di vino ha il nome botanico di Vitis vinifera sativa, anche nota come Vite nostrana o vite europea questo per distinguerla dalla Vite americana di scarsa qualità e con un caratteristico gusto selvatico; la legge ne vieta la coltivazione ai fini di produzione di vino, permettendola solo per il consumo diretto (frutta) o al massimo per farne vino a scopo esclusivamente personale. La ripresa vegetativa della vite, dopo il riposo invernale è indicata dal pianto: questo fenomeno dura un mese circa, consiste nell’emissione di linfa, trasparente e incolore, dai rami appena potati in quantità variabili. Il primo processo che dà inizio alla ripresa vegetativa è il germogliamento, cioè la schiusura delle gemme che pone fine al pianto; questo avviene nel mese di marzo, quando le temperature si aggirano intorno ai 7-12°C. Le gemme si dividono in tre tipi : pronte, ibernanti e latenti. Pronte: prime gemme che non danno origine a grappoli, ma solo a rami improduttivi chiamati femminelle. Ibernanti: gemme che si apriranno nella primavera successiva alla loro formazione dando germogli con fiori e frutti. Latenti: gemme che possono rimanere inattive per tanti anni e svilupparsi solo in caso di necessità (es. a causa di gelate o forti traumi) formando rami sempre sterili. Intorno la fine di Aprile o inizio maggio, si formano le prime foglie e gli abbozzi dei grappoli che, con la schiusura dei fiori, cominceranno ad ingrandirsi. Le foglie costituiscono un valido aiuto per il riconoscimento delle varietà di viti. La fioritura avviene solo quando la temperatura è di almeno 20°C, generalmente alla fine di aprile o inizio maggio nelle zone meridionali e durante il mese di giugno in quelle settentrionali. Il fiore della vite è ermafrodito, con un apparato femminile a forma di fiaschetto (pistillo), contenente l’ovario, e un apparato maschile costituito da cinque stami, che sono filamenti lunghi e diritti terminanti con un “sacchetto”, l’antera, in cui è contenuto il polline. Il vento trasporta il polline dalle antere sul gineceo dei fiori, facilitando così l’impollinazione e quindi la formazione dell’acino. I fiori sono raggruppati in infiorescenze che, dopo l’impollinazione e l’allegagione (trasformazione dell’ovario in acino), passando attraverso la fase di invaiatura (cambiamento di colore) giungeranno a maturazione formando i grappoli di acini; la schiusura dei fiori non incomincia contemporaneamente in tutte le infiorescenze, e mentre in ciascuna di esse la fioritura a una durata variabile di quattro a otto giorni, la completa fioritura su una stessa pianta può durare da 10 a 20 giorni. Può capitare che alcune infiorescenze, soprattutto nelle piante molto vigorose, anziché diventare grappoli si allungano trasformandosi in viticci; questo fenomeno si chiama filatura, è una forma di autoregolazione, come quello della colatura, per cui la pianta, secondo le proprie disponibilità nutritive, lascia cadere una certa quantità di fiori. Solo il 15-20% dei fiori diventeranno acini. Altro fenomeno che limita la produzione è l’acinellatura; ovvero l’arresto di sviluppo di alcuni acini, che restano piccoli e senza semi. Quest’anomalia può essere causata da mancanze di nutrizione, avversità climatiche e dall’uso di diserbanti. L’impianto del vigneto e i lavori annuali di manutenzione metodo più utilizzato dai viticoltori, perché richiede tempi molto lunghi e soprattutto perché le viti così generate possono dare frutti molto diversi da quelli della pianta madre; il metodo più utilizzato è quello della propagazione per gemma, che assicura una completa identità di caratteristiche tra le nuove viti e la pianta da cui derivano. Fino alla seconda metà del XIX secolo la moltiplicazione delle piante nei vigneti già esistenti si otteneva con il metodo della propaggine; in autunno si piegava un tralcio di vite adulta fino a sotterrarlo in una buca poco distante dal ceppo originario, e nella primavera successiva, quando le gemme sotterrate si erano ormai sviluppate nuove radici, si tagliava il tralcio in modo da separarlo dalla pianta madre; così facendo si ottenevano le nuove viti per l’ampliamento dei vigneti o per la sostituzione di piante morte; nei terreni non ancora coltivati a vite si adoperava il metodo per talea, ossia un pezzo di tralcio con almeno due gemme, che piantata nel terreno dava poi origine a una nuova vite. Dopo la comparsa e la rapida diffusione della fillossera in Europa è diventato indispensabile un diverso metodo di propagazione, che ha come caratteristica fondamentale l’innesto della vite europea sulla vite americana (le cui radici resistono all’attacco della fillossera), e quindi la formazione di una nuova pianta il cui ciclo biologico viene interrotto dopo 30 50 anni. Trascorso questo periodo, le capacità produttive delle viti decresce di anno in anno, occorre allora estirpare il vigneto e ricostruirlo con un nuovo impianto. Le viti vecchie producono uva di ottima qualità, con un ideale rapporto fra tutte le sostanze che compongono l’acino, e ciò aiuta a migliorare la qualità del vino. Il terreno che ha già ospitato le viti per qualche decennio risulta “stanco” e non è subito pronto per riospitare la stessa piantagione: sarebbe ideale lasciar trascorrere un periodo di almeno tre anni prima di impiantare il nuovo vigneto, chiaramente le necessità economiche spingono molti viticoltori a eseguire subito il reimpianto. I primi lavori da compiere sono il livellamento del terreno, il tracciamento delle scoline per il deflusso delle acque e la letamazione. In estate si esegue poi lo scasso, che consiste in una profonda aratura del terreno allo scopo di agevolare la penetrazione delle radici che, per procurare alle viti nutrimento necessario dovranno esplorare una zona molto vasta. Dall’estate all’inverno il terreno subisce una serie di modifiche dovute soprattutto all’azione dei microrganismi che lo rendono pronto ad accogliere le piante. In autunno si tracciano i filari, gli interfilari e le capezzagne, per ciascuna vite si mette a dimora una talea, ovvero un ramo di vite americana dell’età di un anno, con almeno due gemme dove poi si esegue l’innesto con vite europea, oppure metodo più utilizzato si mette a dimora una talea già dotata di radici, che sarà poi innestata. Esistono molti tipi di innesto; la vite americana, che emette le radici si chiama portainnesto e la sua scelta, cioè, la varietà di portainnesto, dipende sia dalla natura del terreno sia dalla natura della vite che si vuole innescare; la parte superiore dell’innesto, quella che emetterà foglie e rami si chiama nesto. Dopo aver eseguito gli innesti si concima il terreno in prossimità delle barbatelle, poi si stendono tra i pali di sostegno, da palo a palo i fili di ferro che serviranno a sostenere i rami delle viti. Il primo raccolto anche se piuttosto scarso avviene dopo tre anni, mentre dopo cinque per un raccolto soddisfacente. Per i vini con denominazione di origine, la legge stabilisce che i sesti d’impianto del vigneto (disposizione delle piante) le forme di allevamento e i sistemi di potatura devono essere quelli usati generalmente e comunque atti a non modificare le caratteristiche peculiari dell’uva e del vigneto; per le produzioni a ettaro concernenti i vini di qualità sono inoltre specificati i quantitativi massimi consentiti. Nel mese di febbraio cominciano i lavori annuali di manutenzione e preparazione dei vigneti con la potatura invernale riducendo la lunghezza dei rami lasciando solo le parti iniziali con un certo numero di gemme, così facendo si favorisce l’attività vegetativa della pianta quindi la sua fertilità, ma soprattutto se ne equilibra il metabolismo affinché la produzione di uva sia costante ogni anno. Nel mese di marzo si continua la potatura e si revisiona l’impalcatura di sostegno dei filari, seguendo poi l’aratura del terreno e alla sistemazione dei tralci che andranno legati al filo di ferro disposto più in basso. I lavori proseguono nel mese di aprile durante il quale si deve anche concimare il terreno. Nel successivo mese di maggio il lavoro più importante è la “potatura verde” che consiste nel potare tutti i germogli sterili e il lavoro di sminuzzamento del terreno tra i filari. In giugno si sminuzza il terreno anche tra le viti, legando quindi i tralci in modo che non escono dai propri filari, verso la fine di giugno o inizio luglio può essere necessario ripetere la “potatura verde” per eliminare i tralci non produttivi che consumano le sostanze nutritive assorbite dalla radice inutilmente. Tra la fine di luglio e l’inizio di novembre secondo le zone e il tipo di vitigni si esegue finalmente la vendemmia, dopo la quale occorre nuovamente concimare il terreno e lavorarlo con un’aratura piuttosto profonda.
Novembre, dicembre e gennaio sono i mesi di riposo della pianta, dove si potrà già procedere alla “potatura invernale”.
Avversità della vite
in modo particolare in Piemonte sulle colline delle Langhe e del Monferrato. I danni alle viti colpite dalla grandine non solo causano la distruzione dell’acino rovinando così il raccolto e di conseguenza la qualità del prodotto ma i chicchi di grandine più voluminosi danneggiano i rami dai quali si formeranno, nell’anno successivo, i nuovi germogli con i grappoli, favorendo anche lo sviluppo di malattie fungine. Il rimedio finora più efficace per difendere le viti da queste avversità è la protezione dei vigneti mediante copertura con reti metalliche o di plastica; anche se però risulta essere un mezzo di difesa piuttosto costoso. Gelate: esistono due tipi di gelate; le gelate primaverili e le gelate autunnali. Le gelate primaverili impediscono la fecondazione dei fiori della vite e quindi la fruttificazione (nascita degli acini). Le gelate autunnali colpiscono l’uva già matura perciò possono danneggiare seriamente sia la quantità sia la qualità del prodotto. Parrasiti vegetali : Oidio: muffa che si diffuse in Europa verso la metà del secolo scorso dopo l’importazione di viti infette dall’America del nord. Questo fungo microscopico provocò grandi distruzioni di vigneti nei paesi europei, finché si scoprì nello zolfo un efficace mezzo di difesa preventiva contro gli attacchi oidici sugli organi erbacei delle viti. Oggi vengono impiegati prodotti antioidici sintetici. Peronospora: muffa molto simile all’oidio per la sua diffusione in Europa, si sviluppa su tutte le parti verdi della pianta, danneggiando foglie e portando quindi nei casi più gravi la completa difogliazione. Il rimedio trovato dopo parecchi anni consiste nel trattamento preventivo con una miscela di solfato di rame e calce, oggi vengono impiegati anche prodotti antiperonosporici sintetici. Muffa grigia o Botrite: la muffa grigia colpisce direttamente l’uva, e si manifesta in condizioni d’umidità (piogge autunnali). La muffa agisce sulla composizione dell’acino modificandola causando così intense alterazioni del vino. Per evitare gli attacchi di questo parassita occorre intervenire preventivamente con fungicidi tipo dicarbossimidici. Parassiti Animali : Filossera: con l’importazione di viti infette avvenuta nella seconda metà del XIX secolo si diffuse anche questo parassita, un insetto minuscolo ma letale per le viti europee. I danni furono incalcolabili e per salvare le stesse viticolture in Europa divenne necessario abbandonare i metodi di coltivazione tradizionale, rimovendo i vigneti e innestando le piante europee su quelle americane, le cui radici resistono agli attacchi della filossera. Questo rimedio non diede risultati sperabili, e la legge vietò l’uso di tali metodi ai produttori diretti per la coltivazione a scopi vinicoli. Si può coltivare la vite europea senza innestarla su vite americana solo nei terreni sabbiosi, dove la filossera non riesce a compiere il proprio ciclo biologico. Tignole: questi insetti sono i più nocivi per la produzione viticola, i lepidotteri sono dei parassiti simili a delle farfalle si nutrono del succo degli acini causandone la disseccazione, inoltre i bruchi che nascono dalle uova di queste farfalle, negli autunni piovosi, favoriscono la diffusione della muffa grigia sugli acini bacati. Il rimedio più adatto, apparte l’uso di insetticidi piretroidi, e quello di disporre nel vigneto alcune trappole contenenti sostanze sintetiche simili all’ormone sessuale femminile, questa sostanza attira i maschi che poi vengono catturati su uno strato di colla. Acari fitofagi: parassiti che attaccano le foglie sono piuttosto abbondanti in primavera e alla fine dell’estate. La lotta contro questi acari viene effettuata con dinitro-cresolo e prodotti fosforganici. Cicaline: insetti che compaiono piuttosto saltuariamente portando però grave danno dal punto di vista qualitativo anche per il vino futuro poiché comporta una diminuzione del contenuto zuccherino. La lotta a questi insetti si effettua con dinitro-orto-cresolo e prodotti fosforganici. Ragnetti: esistono diversi tipi di ragnetti ma il più diffuso è quello rosso e vengono combattuti con prodotti piretroidi e stannorganici. Marciume acido: causato da microrganismi vari (lieviti, batteri etc.) che si insediano sugli acini già lesi. La miglior lotta contro questa malattia, che si ripercuote direttamente sul vino, consiste nell’effettuare una razionale difesa antiparassitaria contro tutti i nemici della vite. Virosi: virus che colpisce la vite, in Italia si manifesta più frequentemente con l’arricciamento. Il mosaico giallo e l’accortecciamento fogliare. L’arricciamento si manifesta con alterazioni del lembo e dalle nervature delle foglie. Il mosaico giallo è caratterizzato da macchie gialle e deformazioni su foglie e tralci. L’accartocciamento fogliare si rivela con il ripiegamento dei lembi fogliari. Batterosi: infezione grave che colpisce i rami delle viti chiamata anche “tubercolosi della vite” spesso favorita dal gelo invernale. Carenze nutritive o malattie fisiologiche La scarsità di certe sostanze nutritive nel terreno in cui viene coltivata la vite può essere causa di alcune malattie fisiologiche. Nei terreni acidi possono mancare calcio e magnesio, e la conseguenza può essere il disseccamento del rachide dei grappoli d’uva, altre malattie possono derivare da carenze di potassio, magnesio, boro, zinco, ferro. Principali vitigni diffusi in Italia Piemonte, Lombardia - Barbera, Cortese, Croatina, Freisa, Dolcetto, Grignolino, Groppello Gentile, Nebbiolo, Moscato Bianco e Riesling Italico Trentino Alto Adige - Cabernet Franc, Chardonnay, Pinot Grigio, Schiava Grossa, Pinot Nero, Teroldego e Mueller Thurgau Veneto, Friuli Venezia Giulia - Cabernet Franc, Corvina Veronese, Garganega, Malvasia Istriana, Merlot, Prosecco, Pinot Grigio, Tocai Friulano, Pinot Nero e Sauvignon Emilia Romagna - Albana, Ancellotta, Lambrusco Marani, Lambrusco Maestri, Lambrusco Salamino e Trebbiano Romagnolo Italia Centrale - Ciliegiolo, Malvasia Bianca di Candia, Malvasia Bianca Lunga o del Chianti, Montepulciano, Trebbiano Toscano e Sangiovese Sud Italia e Isole - Bombino Bianco, Malvasia Nera di Lecce, Negro Amaro e Cannonao
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